LA GENTE DELLA NOTTE
Cane se ne stava rannicchiato vicino all’Uomo della Strada che gli aveva appena portato un osso, trovato nella spazzatura del ristorante in fondo al vicolo. Cane lo leccava con cura, gustandolo come una rara prelibatezza, mentre l’Uomo della Strada aspirava con gli occhi chiusi un mozzicone di sigaretta.
L’Uomo della Strada sapeva che non avrebbero potuto trascorrere la notte lì, in quel quartiere e soprattutto in quel vicolo, luogo di spaccio e malaffare delle bande criminali della città. Quando la cucina del ristorante spense la luce esterna che illuminava il vicolo, l’Uomo della Strada si alzò, prese il sacco nero contente tutti i suoi averi e s’incamminò verso la strada principale.
Cane lo seguì, con l’osso ben stretto tra i denti. Avrebbero trascorso la notte lungo il fiume, dall’altra parte del ponte, al riparo da malintenzionati, in una vecchia baracca abbandonata e usata un tempo dai barcaioli come rimessa. Tutti sembravano aver dimenticato quel luogo, inghiottito dalle canne e dai cespugli con le radici sprofondate nel limo palustre.
L’Uomo della Strada e Cane camminavano lungo la statale, fermandosi di quando in quando a discorrere con le puttane di turno, scaldando le mani sopra i bidoni accesi. C’era Martha quella sera, la bionda slovacca con le cosce grasse e insaccate in calze a rete dalle maglie larghe. Martha era la più gentile con l’Uomo della Strada e Cane e anche quella sera si fermò a parlare.
“È da un po’ che non ti vedi” disse Martha all’Uomo della Strada.
“Ero al ricovero di Via Sturzo, ma stasera sono arrivato tardi ed era tutto pieno, vado al fiume” rispose l’Uomo della Strada.
Mentre parlavano, un’auto arrivò a tutta velocità, inchiodando a pochi metri da loro. Si aprì lo sportello del lato passeggero e qualcuno scaraventò violentemente una donna a terra, ripartendo immediatamente a folle velocità. La donna rimase sull’asfalto, senza muoversi.
L’uomo della Strada corse da lei, insieme a Martha e alle altre due puttane che sostavano lì. Si chinarono su di lei, cercando di sollevarle la testa. Un rivolo di sangue le colava dalla tempia e dal naso, gli occhi erano tumefatti, aveva perso una scarpa. Si trattava di Micaela, così si faceva chiamare, una giovane ragazza bielorussa a cui Martha, di circa vent’anni più vecchia, era molto affezionata. Qualcuno l’aveva pestata a sangue prima di scaraventarla come un sacco della spazzatura sull’asfalto.
Cane guaiva come se avesse compreso cosa le fosse accaduto. L’uomo della Strada lo chiamò e Cane si diresse verso di lui, accasciandosi accanto alla donna ferita; bisognava portarla in ospedale il prima possibile, non c’era tempo da perdere.
A passo lesto, l’Uomo della Strada e Cane si diressero verso sud, costeggiando il vialone illuminato. Inutile far cenno alle auto di passaggio: nessuno si sarebbe fermato al richiamo di un vecchio barbone con un cane spellicciato, a quell’ora di notte. Cane camminava accanto all’Uomo della Strada, aveva lasciato il suo osso vicino a Micaela, sentiva le forze abbandonarlo, ma non poteva lasciar solo il suo amico, l’unico che avesse. Arrivarono stremati all’ingresso del pronto soccorso. L’infermiere allo sportello guardò i due con una strana espressione di pietà negli occhi.
“C’è una donna picchiata e ferita lungo la strada, verso nord”, disse L’uomo della Strada. Non aveva ritenuto necessario specificare che si trattasse di una puttana, la carne è carne, indipendentemente dalla vita che si vive, imposta o scelta. L’infermiere prese il telefono e chiamò la squadra di turno che, dopo pochi minuti, partì a sirene spiegate.
L’uomo della Strada e Cane rimasero seduti sulla panchina all’esterno del pronto soccorso, non c’era nessuno e avevano bisogno di riprendere fiato dopo quella corsa. L’infermiere uscì con una ciotola e una bottiglia d’acqua, posò la ciotola a terra accanto a Cane e porse la bottiglia all’Uomo della Strada, rientrando subito dopo.
Entrambi bevvero fino all’ultima goccia; era tempo di riprendere il cammino verso il fiume. Incrociarono l’ambulanza di ritorno all’ospedale, la sirena era spenta, la ragazza era morta. In quel momento, l’Uomo della Strada pensò che avrebbe voluto essere Cane, perdere la percezione di tutto quel male che aveva intorno e addosso, gioire per il suo osso o per le carezze del suo umano e addormentarsi senza chiedersi cosa ne sarebbe stato di lui il giorno dopo.
Imboccarono il ponte, scesero lungo un vialetto sterrato fino alla riva del fiume e raggiunsero la baracca dei barcaioli, facendosi strada tra la vegetazione. La notte era scura e limpida, una processione di lucciole addobbava il cielo. Gli occhi dell’Uomo della Strada si chiusero, abbandonato alla fame, con Cane sdraiato accanto, gli occhi chiusi fino all’indomani che sperò non arrivasse mai.
Non molto lontano da casa mia c’è una strada che si estende per miglia, e continua fino a nascondersi nel fitto verde della natura. Proprio perché va avanti per così tanto, perché non si scorge la fine, io a vedere dove portasse non ce l’ho mai fatta. Ma ci ho fantasticato; tante volte nel corso della mia vita ho immaginato cosa potesse esserci dopo tutta quella strada. Chissà se all’altro capo qualcuno come me pensa a cosa ci sia da questo lato. Forse alla fine troverei nient’altro che me, una mia copia di un’altra esistenza, che si chiede come sarebbe vivere all’altra estremità della strada. A volte ho sognato di raggiungere la fine. Ma per un motivo o per un altro, ciò che trovavo non era mai abbastanza soddisfacente. Non perché mi aspettassi di trovare un mondo magico in cui tutto era possibile, ma perché sembrava sempre mancare qualcosa. Era come se quella strada fosse protetta da un sigillo, un lucchetto o un incantesimo che non mi permettesse di vedere ciò che c’era realmente in fondo. Probabilmente è per il semplice fatto che io, quel che si nasconde dopo l’apparente infinità di quella strada, non l’ho mai visto. Ma per qualche motivo, quando nei sogni mi veniva rifilato quel certo paesaggio che poteva anche esistere, io non ci cascavo. Sapevo che non era vero, anche nel momento stesso in cui lo sognavo. Percepivo che qualcosa, o qualcuno, mi stava impedendo di vedere la realtà.
Non accadeva solo nei sogni. Ogni volta che ero in cammino lungo la strada, forze esterne di ogni tipo parevano volersi unire e concentrarsi proprio lì, in modo che io non potessi arrivare dove volevo. Qualcuno si sbucciava un ginocchio, oppure era pronta la cena, e quindi si doveva tornare indietro. Nemmeno le risposte degli adulti mi convincevano. Alcuni sembravano sapere esattamente dove conducesse quella lunga stradina, altri non ne avevano idea e traevano conclusioni. Ma quelli che erano sicuri avevano spesso opinioni contrastanti, e questo mi faceva desiderare di arrivare alla fine ancora di più.
Adesso, purtroppo, la strada è chiusa; un nuovo angolo di città è sorto attorno a essa, e così io non ho più potuto provare a percorrerla. Ma continuo a pensarci e continuo a sognarla, e a volte il risultato di quel che vedo alla fine è ancora lo stesso in diversi sogni. Forse dovrebbe rimanere così, non dovrei mai vederla, così che per me il posto che c’è dall’altra parte resti quello che ho sempre immaginato e non possa deludermi.
Ricordo un bambino, anni fa, che vidi per caso avviarsi lungo la strada. Sembrava quasi uscito da un altro tempo, e se non fosse stato per il sole che picchiava forte sulla mia testa, avrei affermato che ai miei occhi appariva come una foto rovinata in bianco e nero. La maglietta a righe e i pantaloni a zampa di elefante appartenevano indubbiamente a uno stile più antico di me. In testa portava un casco di riccioli che forse erano d’oro, forse rossi, ma di cui, subito dopo averlo visto, non riuscivo a ricordare il colore. Proprio come in un sogno, i dettagli non erano rimasti con me come il resto della visione. Il bambino era semplicemente apparso, forse, o magari era un compagno di giochi di così tanti anni addietro che ne ho accantonato ogni memoria.
Ricordo di averlo visto camminare per tanto tempo, ma che è scomparso un attimo prima di addentrarsi nella boscaglia più avanti. Si è dissolto nell’aria, e da quel momento non ho più avuto la certezza che fosse mai stato lì veramente. Naturalmente, quando ho provato a chiedere di lui, nessuno lo conosceva.
Ma poi ho trovato per caso una foto, in bianco e nero, nella vecchia casa al mare della zia.
Apparentemente due posti molto lontani, che non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro. Ma nella foto c’era proprio quel bambino o almeno così sembrava, dal momento che aveva gli stessi capelli, la stessa maglietta e gli stessi pantaloni. Stava perfino percorrendo la stradina su cui l’avevo visto. Era girato di spalle anche lì, motivo per cui sarebbe stato difficile per chiunque riconoscerlo.
Scattata senza dubbio almeno una cinquantina di anni fa, mi ha molto sorpreso trovare in un angolo piegato e rovinato, distrutta da diversi segni del tempo, quella che sembra essere una data. Non la data in cui la foto è stata scattata, ma una data futura. A oggi, il giorno che quella foto sembra dichiarare non è ancora arrivato. E in quello stesso giorno proverò a tornare, a concedermi finalmente una passeggiata su quella lunga stradina polverosa, che non ho mai potuto vedere per intero.
Non molto lontano da casa mia c’è una strada che si estende per miglia, e continua fino a nascondersi nel fitto verde della natura. Proprio perché va avanti per così tanto, perché non si scorge la fine, io a vedere dove portasse non ce l’ho mai fatta. Ma ci ho fantasticato; tante volte nel corso della mia vita ho immaginato cosa potesse esserci dopo tutta quella strada. Chissà se all’altro capo qualcuno come me pensa a cosa ci sia da questo lato. Forse alla fine troverei nient’altro che me, una mia copia di un’altra esistenza, che si chiede come sarebbe vivere all’altra estremità della strada. A volte ho sognato di raggiungere la fine. Ma per un motivo o per un altro, ciò che trovavo non era mai abbastanza soddisfacente. Non perché mi aspettassi di trovare un mondo magico in cui tutto era possibile, ma perché sembrava sempre mancare qualcosa. Era come se quella strada fosse protetta da un sigillo, un lucchetto o un incantesimo che non mi permettesse di vedere ciò che c’era realmente in fondo. Probabilmente è per il semplice fatto che io, quel che si nasconde dopo l’apparente infinità di quella strada, non l’ho mai visto. Ma per qualche motivo, quando nei sogni mi veniva rifilato quel certo paesaggio che poteva anche esistere, io non ci cascavo. Sapevo che non era vero, anche nel momento stesso in cui lo sognavo. Percepivo che qualcosa, o qualcuno, mi stava impedendo di vedere la realtà.
Non accadeva solo nei sogni. Ogni volta che ero in cammino lungo la strada, forze esterne di ogni tipo parevano volersi unire e concentrarsi proprio lì, in modo che io non potessi arrivare dove volevo. Qualcuno si sbucciava un ginocchio, oppure era pronta la cena, e quindi si doveva tornare indietro. Nemmeno le risposte degli adulti mi convincevano. Alcuni sembravano sapere esattamente dove conducesse quella lunga stradina, altri non ne avevano idea e traevano conclusioni. Ma quelli che erano sicuri avevano spesso opinioni contrastanti, e questo mi faceva desiderare di arrivare alla fine ancora di più.
Adesso, purtroppo, la strada è chiusa; un nuovo angolo di città è sorto attorno a essa, e così io non ho più potuto provare a percorrerla. Ma continuo a pensarci e continuo a sognarla, e a volte il risultato di quel che vedo alla fine è ancora lo stesso in diversi sogni. Forse dovrebbe rimanere così, non dovrei mai vederla, così che per me il posto che c’è dall’altra parte resti quello che ho sempre immaginato e non possa deludermi.
Ricordo un bambino, anni fa, che vidi per caso avviarsi lungo la strada. Sembrava quasi uscito da un altro tempo, e se non fosse stato per il sole che picchiava forte sulla mia testa, avrei affermato che ai miei occhi appariva come una foto rovinata in bianco e nero. La maglietta a righe e i pantaloni a zampa di elefante appartenevano indubbiamente a uno stile più antico di me. In testa portava un casco di riccioli che forse erano d’oro, forse rossi, ma di cui, subito dopo averlo visto, non riuscivo a ricordare il colore. Proprio come in un sogno, i dettagli non erano rimasti con me come il resto della visione. Il bambino era semplicemente apparso, forse, o magari era un compagno di giochi di così tanti anni addietro che ne ho accantonato ogni memoria.
Ricordo di averlo visto camminare per tanto tempo, ma che è scomparso un attimo prima di addentrarsi nella boscaglia più avanti. Si è dissolto nell’aria, e da quel momento non ho più avuto la certezza che fosse mai stato lì veramente. Naturalmente, quando ho provato a chiedere di lui, nessuno lo conosceva.
Ma poi ho trovato per caso una foto, in bianco e nero, nella vecchia casa al mare della zia.
Apparentemente due posti molto lontani, che non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro. Ma nella foto c’era proprio quel bambino o almeno così sembrava, dal momento che aveva gli stessi capelli, la stessa maglietta e gli stessi pantaloni. Stava perfino percorrendo la stradina su cui l’avevo visto. Era girato di spalle anche lì, motivo per cui sarebbe stato difficile per chiunque riconoscerlo.
Scattata senza dubbio almeno una cinquantina di anni fa, mi ha molto sorpreso trovare in un angolo piegato e rovinato, distrutta da diversi segni del tempo, quella che sembra essere una data. Non la data in cui la foto è stata scattata, ma una data futura. A oggi, il giorno che quella foto sembra dichiarare non è ancora arrivato. E in quello stesso giorno proverò a tornare, a concedermi finalmente una passeggiata su quella lunga stradina polverosa, che non ho mai potuto vedere per intero.
LA STRADA DI SETTIMIA
La pioggia scorreva, l’ombrello era incapace a sostenerne la veemenza e Settimia, come in milioni di altre sue circostanze, era sui bordi della Strada. Ancora una volta i piedi nel fango le affaticavano il cammino. Da bambina, a soli cinque anni, era stata ritenuta già capace di far fascine. La melma ai bordi della Strada, dopo le piogge, la destinava, sovente, a una magra colazione o a botte da ritardo. Era impossibile raggiungere i fratelli che, da Primo a Sesto, dotati di scarponcini riciclati, non di cartone, sembravano volare sulla Strada. Il pane raffermo, nel primo latte della mucca Tina, spettava a chi arrivava con il primo carico di legna. Per Settimia, ultima nella corsa per la Strada, tanta fame. Ai bordi della Strada, sempre bagnata, Settimia aveva atteso il calesse di zio Peppe per andare a sposare, nottetempo, per fuitina, Gino: marito più grande e, come soleva, disgraziato. Nel tempo la Strada era stata via maestra, per Settimia, nell’orientare il gregge verso i campi circostanti, ma anche pericolosa da percorrere quando, con la brocca in testa e i figli piccoli attaccati alle gonne, bisognava svicolare tra i mezzi che iniziavano, copiosi, a trafficare a suon di clacson. Quante botte Settimia, lungo il bordo della Strada. Gino si sentiva tanto appagato nello strattonarla verso la Strada. Il pubblico orante, per la riaffermata supremazia maschile, era assicurato: alle finestre, negli spiazzi e nei campi che costeggiavano la Strada. Settimia aveva ancora la paura nel petto, il cuore in gola, rammentando la Strada di corsa, sconsolata nello scialle e solo con una torcia ad aprirle il viaggio, per garantire almeno una morte in grazia di Dio, con l’estrema unzione, a Gino. Brutto dirlo ma, con la vedovanza, la Strada era stata meno faticosa, nonostante Settimia avesse dovuto affrontarla, per i tanti anni a seguire, senza sosta, con un filo di fiato in gola. Bisognava mangiare metri e metri di Strada, notte e giorno, per andare a servizio nei campi. Un passo dopo l’altro sulla Strada, celando nel punto più smarrito del cuore, il leso orgoglio di vivere dell’opere in casa d’altri. I figli, quello era il sospiro di Settimia per ogni pietra di inciampo che i suoi piedi doloranti incontravano sulla Strada, avevano diritto di muoversi verso altre speranze. La Strada era buia pure quando i suoi ragazzi, entrambi, con solo due anni di differenza tra loro, avevano preso la corriera, primo mezzo verso l’agognata Svizzera: crocevia di mille miraggi. Per anni poi, abbandonata al suo destino, Settimia non aveva potuto più rincorrere nessun caro sulla Strada. Quasi rimpiangeva i tragitti disperati per sottrarsi, sulla Strada, alla furia del povero Gino. Ora, dopo tanto tempo, Settimia era di nuovo sulla Strada, non con il sudore in fronte dei pressanti doveri di vita, ma con la fiducia di un ritorno in favore dei sacrifici spesi. Un’eco sognato: “NONNA SETTIMIA, SONO ARRIVATO. HO SBAGLIATO FERMATA DELL’AUTOBUS”. A quella voce i piedi di Settimia si erano sollevati, con una insolita solerzia, dal fango e dal bagnato. Il piovasco instancabilmente battente, sulla Strada, sembrava leggero, come mai prima. Ecco scorgere, in fondo alla Strada, tra lo schizzare dell’acqua piovana, le movenze scaltre, moderne, di GABRIEL: l’amato nipote. Nativo svizzero, dall’animo profondo inaspettatamente adatto al paese tagliato dalla Strada, il giovane si approssimava sicuro, fendendo le assidue gocce che non smettevano di rimbalzare. Il fisico asciutto e la testa riccioluta, ricolma di pensieri sicuri, delineavano un ragazzo sorridente, prossimo all’attesa della nonna. La laurea in Agraria al Politecnico di Zurigo, la voglia di coltivare biologico, lo avevano restituito alle terre dei nonni.
La fatica, la salita, i dolori sommessi del vivere quotidiano, tutto scivolava sulle spalle della nonna; le lacrime, adesso dal sapore dolce, si univano agli schizzi dell’acqua in Strada. La corsa dei piedi di Gabriel si chiudeva nell’abbraccio con la nonna. Il cammino era terminato, per la Strada di Settimia.

